Flatland, un libro che ho letto

Perché anche se non sono un letterato, né una mente eccelsa, né una buona penna, forse posso essere utile
Flatland, un libro che ho letto

Mi sono trascinato facendomi violenza per il primo centinaio di inutili pagine (nota bene: su un totale di 150), dicendomi incredulo che forse ero io a non capire. Poi, nelle ultime 50 finalmente spunta e si manifesta la genialità dell’idea.

Forse un modo di scrivere del passato, inutilmente prolisso e eccessivamente preambolico, che oggi non passerebbe il primo esame di qualsiasi editore, mi sono detto.

Dopo aver concluso la lettura, ciononostante soddisfatto di averla portata a termine, ho voluto leggere il commento che l’editore ha pensato di aggiungere come post-fazione, di tal G. Manganelli, e da qui ha iniziato a farsi avanti l’idea di scrivere io stesso una recensione. Il motivo è che quello che a me sembrava palesemente il nucleo della narrazione, il suo messaggio profondo, il suo vero valore, beh, a quello non si accennava minimamente. Ci si dilungava anzi soprattutto sulle prime cento pagine, proprio quelle, facendomi capire, a onor del vero, una qualche loro ragion d’essere, ma ignorando completamente il resto.

<Spoiler alert: Chi non ha ancora letto il libro, meglio che smetta qui la lettura, poiché vado a spoilerare>

La storia è un esercizio di immaginazione molto strutturato che aiuta a capire, e direi a fare esperienza, di quanto sia impossibile comprendere una realtà che va al di là della nostra essenza nello spazio e nel tempo che conosciamo. Oltre a questo, riesce poi a farci rendere conto che una realtà con dimensioni “altre” è non dimostrabile, dall’interno del nostro spazio tempo, e tuttavia al contempo possibile.

Andando poi oltre, si arriva secondo me ad alludere alla possibilità dell’essere superiore, si rende evidente che solo chi è all’esterno del tuo spazio riesce a vederti dentro, come neanche tu stesso puoi fare, perché ti è impossibile a causa della tua essenza.

Considerando che l’autore era pure un teologo e che le sue altre opere attestano interessi trascendenti, non riesco a non leggerci un annuncio all’umanità: so che tu essere umano dubiti fortemente, e non ti si può biasimare, dell’esistenza di un Dio, di una dimensione spirituale, di una vita che va al di là di quello che possiamo sperimentare con i nostri sensi e la nostra ragione, ma sii contento, non si può dimostrare che tutto ciò non esista!

E dopo aver fatto esperienza di tutto questo, finisce citando Shakespeare, concludendo, dopo questo percorso, che quella che noi vediamo come ineluttabile concretezza è fatta in realtà della materia di cui sono fatti i sogni.

Mi sono letto allora anche la prefazione scelta dall’editore, di tal D’Amico, e di nuovo, incredulo, si porta il commento su binari a mio avviso inutili e collaterali.

Caro illustre editore, ma perché hai scelto proprio questi commenti?

Di cosa hai paura?


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