Fiat money: il giorno in cui il dollaro smise di valere oro

15 agosto 1971: con un discorso in televisione, Nixon sospende "temporaneamente" la convertibilità del dollaro in oro. Una sospensione che dura ancora oggi e che ha dato vita alla moneta che usiamo tutti i giorni. ARGOMENTI (da mettere nel campo «Aggiungi argomenti»: una parola, poi Invio o virgola) bitcoin, fiat, dollaro, storia, moneta
Fiat money: il giorno in cui il dollaro smise di valere oro

Proseguiamo il nostro viaggio nella storia della moneta. Nell’articolo precedente abbiamo visto nascere il sistema di Bretton Woods, con tutte le valute agganciate al dollaro e il dollaro agganciato all’oro a 35 dollari l’oncia. E abbiamo visto anche la sua crepa: negli anni Sessanta gli Stati Uniti stampano molti più dollari di quanto il loro oro possa coprire.

Oggi vediamo cosa succede quando quella crepa diventa una frattura.

Tutti in fila alla cassa

La comunità internazionale non prende per niente bene la stampa di dollari freschi freschi da parte di Washington. Molti governi cominciano a pensare che un sistema in cui tutto dipende da un’unica nazione, libera di fare il bello e il cattivo tempo con la propria moneta, non possa reggere a lungo.

E allora fanno l’unica cosa che il sistema permette loro di fare: si presentano alla cassa del Tesoro americano con i loro dollari e chiedono in cambio oro, da riportare a casa. La Francia di de Gaulle è la più decisa, ma non è la sola.

Il risultato si vede nei forzieri. Le riserve auree degli Stati Uniti, che nel 1949 avevano toccato il picco di circa 21.800 tonnellate, nell’estate del 1971 sono scese a poco più di 9.000: meno della metà. Intanto i dollari in mano alle banche centrali straniere sono molti di più dell’oro rimasto per cambiarli.

Come abbiamo già visto succedere in passato, di oro non ce n’è per tutti. Nel maggio del 1971 la Germania Ovest smette di difendere il cambio fisso del marco col dollaro e lo lascia fluttuare. Ad agosto la Francia manda una nave a New York per ritirare il proprio oro, e pochi giorni dopo anche la Gran Bretagna chiede di convertire una grossa somma.

Il presidente Richard Nixon deve correre ai ripari.

Lo shock di Nixon

Venerdì 13 agosto 1971 Nixon riunisce in gran segreto i suoi consiglieri economici nella residenza di Camp David. Due giorni dopo, domenica 15 agosto, parla in televisione agli americani.

Il discorso annuncia un pacchetto di misure: il congelamento di salari e prezzi per novanta giorni, una tassa del 10% sulle importazioni e, soprattutto, la decisione di sospendere temporaneamente la convertibilità del dollaro in oro. Ripetiamolo, perché è importante: temporaneamente.

Passerà alla storia come lo shock di Nixon (Nixon shock). Da quel giorno nessuna banca centrale al mondo può più presentarsi a Washington con dei dollari e ricevere oro in cambio. La “finestra dell’oro” è chiusa.

Per gli altri Paesi è un colpo durissimo. La decisione è unilaterale, nessuno è stato consultato, e chi aveva accumulato riserve in dollari si ritrova in mano una moneta che non è più convertibile in niente. Nelle settimane successive molte valute vengono lasciate libere di fluttuare rispetto al dollaro, che di fatto si svaluta. Il caos valutario è totale: ogni moneta si muove per conto suo.

Al segretario al Tesoro americano John Connally viene attribuita una frase che riassume bene lo spirito di quei mesi, rivolta ai colleghi europei: il dollaro è la nostra moneta, ma è un vostro problema.

Il tentativo di salvare tutto

Nel dicembre del 1971 i Paesi del G10, le dieci principali economie dell’epoca, si riuniscono a Washington, nella sede dello Smithsonian Institution, per cercare di rimettere ordine.

Con lo Smithsonian Agreement il dollaro viene svalutato: il prezzo ufficiale dell’oro passa da 35 a 38 dollari l’oncia, e diverse valute vengono rivalutate rispetto al dollaro. I cambi restano fissi, ma con margini di oscillazione più larghi, del 2,25% in più o in meno. La convertibilità del dollaro in oro, però, non viene ripristinata. Nixon lo presentò come l’accordo monetario più importante della storia.

Durò poco più di un anno. Nel febbraio del 1973 il dollaro viene svalutato una seconda volta e l’oro passa a 42,22 dollari l’oncia, ma non basta: la speculazione sulle valute non si ferma, e nel marzo del 1973 le principali monete del mondo vengono lasciate fluttuare liberamente. Il sistema dei cambi fissi nato a Bretton Woods è finito.

La firma sul certificato di morte arriva con gli accordi di Giamaica del 1976, entrati in vigore nel 1978: i cambi flessibili diventano la regola ufficiale e l’oro perde il suo ruolo nel sistema monetario internazionale.

Nasce la moneta fiat

È in questo momento che nasce, a tutti gli effetti, la moneta che usiamo ancora oggi: la fiat money. Il nome viene dal latino fiat, “sia fatto”, come nel “fiat lux” della Genesi. È una moneta che vale perché un’autorità ha stabilito che valga, per decreto, e non perché rappresenta qualcosa di tangibile custodito da qualche parte.

E a proposito di “temporaneo”: la sospensione annunciata da Nixon nel 1971 è ancora in vigore oggi, a oltre cinquant’anni di distanza. Forse il concetto di temporaneo andrebbe rivisto.

Sembra un passaggio banale, ma è fondamentale capirlo. Finché c’era l’oro, anche con tutti i limiti che abbiamo visto, la quantità di moneta aveva un freno: per stamparne di più bisognava, almeno in teoria, avere più oro. Da questo momento in poi il freno sparisce. La quantità di moneta viene decisa esclusivamente da governi e banche centrali, che possono stamparne di più o di meno seguendo le politiche che ritengono più giuste.

In pratica, prima potevamo contare su un sottostante, l’oro. Oggi possiamo contare solo sulla fiducia nell’ente che possiede la stampante. È come se tutto quello che si voleva evitare usando l’oro come garanzia fosse diventato realtà.

Dall’oro al petrolio: i petrodollari

C’è però un ultimo tassello di questa storia, perché senza più l’oro alle spalle il dollaro aveva bisogno di un nuovo motivo per restare la moneta del mondo. E quel motivo arriva dal petrolio.

Nel 1970 la produzione di petrolio degli Stati Uniti tocca il suo massimo storico e poi comincia a calare, mentre i consumi continuano a crescere. L’America deve importare sempre più petrolio dall’estero.

Nell’ottobre del 1973, durante la guerra dello Yom Kippur, i Paesi arabi produttori di petrolio decretano un embargo contro gli Stati Uniti e gli altri Paesi che sostengono Israele. Nel giro di pochi mesi il prezzo del greggio quadruplica, da circa 3 a quasi 12 dollari al barile. In Occidente arrivano l’austerità, le domeniche a piedi e le code ai distributori. Proprio in risposta a quella crisi, nel 1975, gli Stati Uniti creano la loro riserva strategica di petrolio.

Con i prezzi alle stelle, i Paesi produttori si ritrovano a incassare una montagna di dollari. È qui che nasce il sistema dei cosiddetti petrodollari. Nel 1974 Stati Uniti e Arabia Saudita firmano un ampio accordo di cooperazione economica: secondo la ricostruzione degli storici, il petrolio saudita continua a essere venduto in dollari e una parte enorme dei guadagni viene reinvestita in titoli del Tesoro americano, mentre Washington garantisce sostegno economico e militare al regno. Un documento ufficiale con queste promesse nero su bianco non è mai emerso, ma il meccanismo, nei fatti, funzionò per decenni.

Il risultato è che chiunque nel mondo voglia comprare petrolio ha bisogno di dollari. La domanda di dollari resta altissima anche senza l’oro, e gli Stati Uniti possono continuare a finanziare i loro deficit vendendo titoli di Stato a mezzo mondo.

Una nuova era

Con il 1971 si chiude un’epoca durata secoli, quella in cui la moneta era, in un modo o nell’altro, legata a qualcosa di scarso e di fisico. E se ne apre un’altra, quella in cui viviamo ancora oggi, in cui la moneta è una promessa e la quantità di quella promessa la decide qualcun altro.

Ma come viene creata, concretamente, questa moneta? Chi la stampa, e come arriva nelle nostre tasche? È quello che vedremo nel prossimo articolo, dove parleremo di banche centrali, tassi d’interesse e di un meccanismo che pochi conoscono: il modo in cui le banche creano denaro concedendo prestiti.


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