Gli accordi di Bretton Woods: il mondo si aggrappa al dollaro
- Nuova guerra, vecchi problemi
- Un albergo nel New Hampshire
- Le istituzioni nate a Bretton Woods
- Tutte le strade portano al dollaro
- Un privilegio esorbitante
- La crepa nascosta
- Tre passaggi per riassumere
Proseguiamo il nostro viaggio nella storia della moneta. Nell’articolo precedente avevamo visto l’Ordine Esecutivo 6102, la confisca dell’oro degli americani nel 1933, e un mondo che scivolava verso un nuovo conflitto.
Oggi arriviamo alla Seconda guerra mondiale e, soprattutto, a quello che succede mentre la guerra è ancora in corso: un gruppo di economisti e di politici si chiude in un albergo di montagna per decidere come funzioneranno i soldi del mondo intero nei decenni successivi.
Nuova guerra, vecchi problemi
La storia, in parte, si ripete. La guerra scoppia di nuovo in Europa e, ancora una volta, gli Stati Uniti hanno un oceano che li separa dal fronte.
Nei primi anni del conflitto Washington resta formalmente neutrale, ma non sta a guardare. Dal 1939 vale la regola del cosiddetto cash and carry: gli Alleati possono comprare armi e materiali americani, a patto di pagare subito e di trasportarli con le proprie navi. E pagare subito, per la Gran Bretagna, significa soprattutto una cosa: spedire oro oltreoceano.
Nel giro di un paio d’anni le riserve britanniche sono quasi a secco. Nel marzo del 1941 arriva allora la legge Affitti e prestiti (Lend-Lease), con cui gli Stati Uniti forniscono aiuti senza pretendere il pagamento immediato: oltre 50 miliardi di dollari di forniture entro la fine della guerra. Ma intanto una parte enorme dell’oro europeo ha già attraversato l’Atlantico.
Il risultato è che, alla fine del conflitto, gli Stati Uniti si ritrovano con la più grande riserva aurea del pianeta. Il picco arriverà nel 1949: circa 21.800 tonnellate, intorno al 70% dell’oro monetario del mondo occidentale. L’Europa, al contrario, è distrutta, indebitata e affamata.
Un albergo nel New Hampshire
Prima ancora che la guerra finisca, però, accade un fatto destinato a cambiare tutto.
Dal 1° al 22 luglio 1944, mentre in Normandia si combatte, 730 delegati di 44 nazioni alleate si riuniscono al Mount Washington Hotel, un grande albergo nella località di Bretton Woods, nel comune di Carroll, nel New Hampshire. L’obiettivo è ambizioso: ricostruire il sistema dei cambi tra le valute, che la Grande Depressione con le sue svalutazioni a catena e poi la guerra avevano fatto a pezzi, e gettare le basi di un nuovo ordine economico per il dopoguerra.
Sul tavolo ci sono due proposte. Quella britannica porta la firma dell’economista più famoso dell’epoca, John Maynard Keynes: un’unione internazionale di compensazione con una moneta di conto sovranazionale, il bancor, e regole che chiedevano uno sforzo sia ai Paesi in deficit sia a quelli in surplus. Quella americana è di Harry Dexter White, alto funzionario del Tesoro: un fondo di stabilizzazione alimentato da quote in oro e in valuta versate dai Paesi membri.
Indovinate quale delle due ebbe la meglio? Gli Stati Uniti erano il Paese con più oro e il principale creditore del mondo, e l’accordo finale fu molto più vicino al piano di White.
Le istituzioni nate a Bretton Woods
Dalla conferenza nascono due istituzioni che esistono ancora oggi.
La prima è il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Ogni Paese membro versa una quota, e quella quota determina anche il suo peso nelle decisioni: chi mette di più, conta di più. Il Fondo ha il compito di vigilare sulla stabilità monetaria, di controllare la liquidità internazionale e di aiutare i Paesi in difficoltà con la bilancia dei pagamenti, cioè quelli che pagano all’estero molto più di quanto incassano.
La seconda è la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS), il primo nucleo di quella che oggi chiamiamo Banca Mondiale. Il suo compito iniziale era finanziare la ricostruzione dell’apparato produttivo europeo.
Gli accordi entrano in vigore il 27 dicembre 1945. Una curiosità: l’Unione Sovietica partecipò alla conferenza e ne firmò l’atto finale, ma non lo ratificò mai.
Tutte le strade portano al dollaro
Ma la vera rivoluzione è un’altra. Con Bretton Woods si stabilisce che le valute dei Paesi membri abbiano un cambio fisso con il dollaro, e che il dollaro sia l’unica moneta convertibile in oro, al prezzo fisso di 35 dollari l’oncia, lo stesso deciso da Roosevelt nel 1934.
In pratica nasce un sistema a due piani: le altre valute sono agganciate al dollaro, e il dollaro è agganciato all’oro. È quello che viene chiamato gold exchange standard.
Attenzione però: a poter chiedere di cambiare dollari in oro al Tesoro americano non erano i cittadini, ma solo le banche centrali e i governi stranieri. Gli americani, come abbiamo visto nell’articolo precedente, l’oro non potevano nemmeno tenerlo in casa.
Il sistema ci mette un po’ a funzionare davvero. Solo alla fine del 1958 le principali valute europee diventano pienamente convertibili per i pagamenti internazionali, e Bretton Woods entra nella sua fase migliore.
Rispetto alla fine della Prima guerra mondiale c’è anche un’altra differenza importante. Dopo il 1918 i vincitori avevano imposto alla Germania riparazioni durissime, con le conseguenze che conosciamo. Questa volta si sceglie una strada diversa: dal 1948, con il Piano Marshall, gli Stati Uniti finanziano la ricostruzione dell’Europa occidentale, Germania Ovest e Italia comprese. Aiuti generosi, certo, ma anche un modo per legare l’Europa al dollaro e alle merci americane.
Un privilegio esorbitante
Grazie a questi accordi il dollaro diventa la valuta di riserva internazionale, sostenuta dalla più grande riserva d’oro del mondo. Le banche centrali accumulano dollari e, per farli fruttare, comprano titoli del Tesoro americano, considerati il modo più sicuro per conservarli.
Per gli Stati Uniti è un vantaggio straordinario: tutto il mondo ha bisogno di dollari, e i dollari li stampa Washington. Il ministro delle Finanze francese Valéry Giscard d’Estaing lo definì un “privilegio esorbitante”.
E come spesso accade con i privilegi, se ne abusa. Negli anni Sessanta gli Stati Uniti finanziano contemporaneamente grandi programmi sociali e la guerra del Vietnam, spendendo ben più di quanto incassano. I dollari in circolazione nel mondo crescono molto più in fretta dell’oro custodito nei forzieri americani.
La crepa nascosta
Il problema era stato messo nero su bianco già nel 1960 da un economista belga, Robert Triffin. Il suo ragionamento, passato alla storia come dilemma di Triffin, è semplice: perché il mondo abbia abbastanza dollari per commerciare, gli Stati Uniti devono spenderne all’estero più di quanti ne rientrino. Ma più dollari girano per il mondo, meno credibile diventa la promessa di cambiarli tutti in oro a 35 dollari l’oncia.
Nell’ottobre del 1960, sul mercato di Londra, il prezzo dell’oro schizza per qualche giorno a 40 dollari. L’anno dopo le principali banche centrali creano il London Gold Pool, un fondo comune che vende oro sul mercato per tenere il prezzo inchiodato a 35 dollari. Funziona per qualche anno, poi crolla nel marzo del 1968.
Nel frattempo c’è chi i dollari comincia a portarli all’incasso. Nel 1965 il presidente francese Charles de Gaulle annuncia che la Francia convertirà in oro buona parte delle sue riserve in dollari. La fiducia nel biglietto verde inizia a scricchiolare.
Tre passaggi per riassumere
Prima di chiudere, riassumiamo in tre passaggi come si è trasformato, articolo dopo articolo, il rapporto tra moneta e oro.
Siamo partiti dal gold specie standard: l’oro circolava direttamente sotto forma di monete, e accanto a queste c’erano banconote convertibili in oro su richiesta.
Poi siamo passati al gold bullion standard: la cartamoneta restava convertibile, ma solo in grandi lingotti da circa 400 once, oltre 12 chili d’oro. Una soglia accessibile solo a banche e grandi operatori, non certo ai cittadini comuni.
Infine siamo arrivati al gold exchange standard di Bretton Woods: le valute non erano più convertibili in oro ma in dollari, e solo i dollari erano convertibili in oro, per di più soltanto per le banche centrali straniere.
A ogni passaggio la distanza tra la moneta che teniamo in tasca e l’oro che dovrebbe sostenerla è aumentata. Nel prossimo articolo vedremo cosa succede quando quel filo, ormai sottilissimo, viene tagliato del tutto: è la storia del 15 agosto 1971 e della nascita della moneta fiat.
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